mercoledì 19 gennaio 2011

KESHWAR

Le notti di Keshwar non erano mai dormienti accanto alla sua sposa. Keshwar  si svegliava in preda ad incubi. I pensieri  che ossessionavano la sua mente dal giorno della tragica morte dei figli avvenuta a Luglio, solo sei mesi prima, non gli davano tregua.
Grondante di sudore e in preda ad un’ansia fortissima, Keshwar riviveva ad ogni risveglio le immagini di quella terribile giornata.
Kamal, il figlio maggiore, si era svegliato di buon’ora quel mattino del 26 Luglio 2010 e dopo aver munto la vacca si recava al mercato per vendere il  latte.
Il mercato più vicino e importante è Rigi nel distretto di Sangin, poco distante dalla loro casa.
Kamal non voleva sentire ragione, nonostante la madre Meena lo pregasse di non frequentare i mercati a causa dei frequenti attentati da parte delle forze di occupazione che senza alcuna ragione, solo per terrorizzare la popolazione o con la scusa di centrare obiettivi militari, lanciavano razzi dalla potenza devastante dove avevano più possibilità di provocare il maggior numero di vittime.
Kamal annuiva, cercando di tranquillizzare la madre, ma non desisteva dal suo progetto di rendersi utile alla famiglia.
Entrambi i genitori sapevano che dalla vendita di quel latte dipendeva la sopravvivenza della famiglia stessa.
Kamal aveva un fratello di sette anni, Rethas. Pupilla dei suoi occhi.
Quel mattino, la piccola e pacata discussione innescata dalla madre nell’intento di convincere Kamal a desistere dal recarsi al mercato, aveva svegliato anche il piccolo Rethas che visto il fratello in procinto di partire, cominciò a fare i capricci per accompagnarlo e avere così l’occasione di visitare il mercato di Rigi dove avrebbe potuto trovare qualche giocattolo rotto o un dolce allo zucchero tostato tipico di quel paese.
Il piccolo e scaltro Rethas nonostante i suoi sette anni, sapeva come persuadere il fratello a farsi condurre al mercato. Gli si avvinghiò al collo e dopo avergli dato uno sonoro bacio sulla guancia disse: “Kamal ti voglio tanto bene, portami con te a Rigi, ti prego”.
Kamal dopo una breve pausa, guardando i grandi occhi neri appena perlati dalle lacrime del piccolo, acconsentì.  Rethas sapeva come rubargli il cuore.
Così cercò di tranquillizzarre  la madre con bacio sulla fronte che in qualche misura si era rassegnata, come se la compagnia del piccolo Rethas avesse potuto costituire una specie di certificato di buona condotta per kamal, in caso i militari Italiani o Americani lo avessero fermato ad uno degli innumerevoli check point lungo la strada.
Spesso ai check point,  i militari nonostante fossero armati e ben equipaggiati, si erano fatti prendere dal panico aprendo senza ragione il fuoco e uccidendo le persone che avevano fermato per i controlli.
Meeena pensava che davanti ad un bambino forse i militari avrebbero avuto un atteggiamento più sereno e prudente, così fù.
I due raggiunsero alle 6 del mattino il mercato. Rethas era agitatissimo, l’abbondanza degli oggetti artigianali esposti alle bancarelle lo esaltavano.
Perlopiù esposti vi erano utensili di uso domestico ma la fervida fantasia di Rethas assegnava ad ognuno degli oggetti una funzione di giocattolo.
Così, durante l’attraversamento del mercato descriveva con dettaglio al fratello maggiore l’uso che egli avrebbe fatto degli oggetti se avesse potuto possederli.
Kamal annuiva distrattamente, era troppo concentrato a cercare un posto buono, più vicino possibile al passaggio principale dove avrebbe potuto distendere la stuoia e posare il bidone del latte.
Dopo qualche minuto lo trovò, adagiò la stuoia, posò il bidone, estrasse un pezzo di pane di farina di riso da condividere col piccolo e mentre si guardavano negli occhi, entrambi soddisfatti del posto e della loro vicinanza, un sibilo acuto ruppe il vociare della gente.
Esplosione e silenzio.
La bomba su Rigi provocò 52 morti. Tra questi kamal e Rethas. I loro corpi non furono mai ritrovati o forse mescolati e sepolti con pezzi di altri corpi.
Questi erano i pensieri di Keshswar, ogni mattino, ogni momento della giornata. Meena dopo la tragedia aveva perso la voce e il senno.
Keshwar quella mattina indossò una divisa rubata ad un poliziotto Afgano e dopo essersi mescolato in un gruppo di militari Italiani, uccise a sangue freddo il caporalmaggiore Luca Sanna di 33 anni, Militare in carriera.
Keshwar non cercava vendetta, ma solo il riscatto all’ingiustizia subita dai suoi figli. Uccisi a tradimento, disarmati.
Keshwar sapeva che lo avrebbero definito un “terrorista infiltrato”. Ma lui si sentiva prima di tutto un padre, un Afgano in terra Afgana.

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